"Se noi risolviamo i problemi della fede col metodo della sola autorità, possediamo certamente la verità, ma in una testa vuota!" (San Tommaso - Seduta di Quodlibet IV, a 16, Parigi, 1271)
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sabato 1 gennaio 2011
venerdì 31 dicembre 2010
Uscire dall'angoscia esistenziale
[dal sito www.queriniana.it]
Eugen Drewermann
Teologo, scrittore, psicoanalista e psicoterapeuta tedesco, Eugen Drewermann ha inaugurato un originale approccio ermeneutico alla sacra Scrittura e alla teologia, essenzialmente basato sulla psicologia del profondo. Esperto di filosofia, storia dei popoli e delle religioni, insignito di numerosi riconoscimenti – tra i quali l’Erich Fromm Award (2007) –, è senz’altro uno dei teologi più originali e più letti delle ultime decadi, tanto che le sue numerose opere sono state tradotte in più di una dozzina di lingue.
1. Gli inizi: una interpretazione “non ortodossa” rispetto alla tradizione
Nato il 20 giugno 1940 a Bergkamen, nel Nord Reno-Westfalia (Germania), figlio di padre luterano e di madre cattolica, Drewermann ha studiato filosofia a Münster, teologia a Paderborn e psicoanalisi a Göttingen. Ordinato sacerdote a Paderborn nel 1972, ha iniziato a lavorare come psicoterapeuta e, a partire dal 1979, ha compiuto numerosi studi di storia delle religioni e dogmatica alla Facoltà di teologia cattolica a Paderborn.
Influenzato da Freud e Jung, oltre che dalla recente evoluzione del pensiero analitico, Drewermann ha esposto il suo metodo interpretativo in due volumi intitolati Psicologia del profondo ed esegesi (usciti in lingua originale tra il 1985 e il 1986, pubblicati in italiano dall’Editrice Queriniana nel 1996): il primo è dedicato all’Antico Testamento, il secondo al Nuovo Testamento. Lì e altrove, l’autore reinterpreta radicalmente i racconti biblici in chiave simbolica e archetipica, al di là del loro contenuto o riferimento storico immediato. Nella sua ermeneutica, utilizza volentieri la strumentazione della psicologia del profondo, integrandovi la poesia e i grandi archetipi culturali e religiosi dell’umanità. Proprio perché mira a ricondurre l’esperienza religiosa e i suoi simboli alle sorgenti più profonde della psiche umana, egli legge insomma i testi scritturistici come segni di una realtà interiore profonda, una realtà innata, una realtà al di là dello spazio e del tempo.
2. La rottura con la chiesa cattolica
Traendo le conseguenze dalla sua interpretazione originale e “non ortodossa” delle fonti scritturistiche (e non solo), Eugen Drewermann ha ben presto assunto posizioni critiche nei confronti della chiesa cattolica. In particolare si è mostrato critico verso le interpretazioni tradizionali di alcuni passi biblici e di alcuni dogmi – interpretazioni da lui ritenute letteraliste e biologiste – come quelli della nascita verginale di Gesù, i miracoli, l’ascensione e persino la risurrezione. Poco a poco è divenuto un personaggio assai noto al grande pubblico anzitutto per il suo lavoro di studioso ai confini fra due mondi (religione e psicologia), poi appunto per le sue controverse posizioni in ambito teologico (che hanno fatto scalpore in Germania) e nondimeno per le ricadute delle sue tesi in campo politico e sociale (Drewermann, attivista per la pace, nella sua opera tende anche a una forma non-violenta di cristianesimo). In breve, il teologo e psicoterapeuta è divenuto a un certo punto – nel suo paese e non solo – un eclatante caso mediatico. In un crescendo di contrasti e polemiche con le alte gerarchie della chiesa cattolica, in seguito alla pubblicazione di Funzionari di Dio: psicogramma di un ideale, nell’ottobre del 1991 è stato prima sollevato dall’insegnamento nel seminario di Paderborn e poco dopo è stato sospeso a divinis. Drewermann ha definitivamente lasciato la chiesa cattolica nel giugno del 2005, annunciando la sua scelta durante un talk-show televisivo.
3. I temi più originali da alcune sue opere
In Psicanalisi e teologia morale, opera originariamente edita in tre volumi (1982-1984), il teologo e psicoterapeuta tedesco mostra come la teologia morale cristiana può essere all’altezza della realtà complessa della vita umana solo instaurando una fattiva collaborazione con le scienze umane. Anzi, più in particolare, Drewermann individua nella secolare repressione dell’inconscio la causa dell’assenza d’anima nella teologia e dell’assenza di Dio nella psicanalisi. E propone il superamento di entrambi questi vicoli ciechi in una visione che sia capace di coniugare salvezza e guarigione, ritrovamento di Dio e ritrovamento di sé, psicoterapia e cura d’anime.
Altro tema centrale nel pensiero di Drewermann è l’angoscia esistenziale: capire come la persona possa uscire dal ghetto in cui l’angoscia relega tragicamente la sua vita. Nell’ampia e puntuale introduzione a Il vangelo di Marco, l’Autore spiega che è possibile abbattere i muri di quel ghetto per attingere una libertà e un’apertura di vita ottenibili nella fiducia assoluta in Dio. La lotta tra il regno di Dio e la potenza del male, messa in scena dal secondo vangelo, è in realtà un conflitto che tocca direttamente l’uomo di oggi: l’essere umano diviso, lacerato dalle forze inconsce e che esita tra angoscia e fede. E così il commentario al Vangelo di Marco apre la via al superamento del sentimento d’inconsistenza che schiaccia così frequentemente l’essere umano: tramite le immagini di redenzione contenute nel secondo vangelo si mostra come sia possibile aprire una breccia nel ghetto dell’angoscia per attingere nella fiducia in Dio libertà e pienezza di vita.
In Funzionari di Dio, forse lo scritto più controverso, l’autore si concentra sul clero cattolico e, facendo tesoro di quanto riscontrato in anni e anni di terapia di numerosi religiosi, mette in risalto gli aspetti legati all’inconscio collettivo e ai meccanismi di rimozione e di compensazione. Dall’opera emergono un quadro e un’analisi tutt’altro che rasserenanti: secondo Drewermann spesso colui che entra in seminario candidato al sacerdozio non lo fa tanto per una vocazione “pura”, quanto per la sicurezza che l’apparato-ecclesiastico offre a una personalità debole e insicura. In particolare spesso il seminarista ha alcuni conflitti irrisolti legati alla sessualità, all’attaccamento alla madre, all’incapacità di gestire le sue pulsioni. L’aspirante sacerdote vede nella chiesa una sorta di utero o grembo che lo dovrebbe proteggere da una questione sessuale ancora aperta: con il voto di castità e di obbedienza il seminarista si illude di poter superare il problema non dovendosene più occupare.
Ogni testo religioso è come una finestra che dà sull’eternità. Aprirla vuol dire imparare a capire e a percepire la vita umana, pur nella sua tragicità, come un “viaggio verso l’infinito”.